"Lo Shodō è una disciplina attraverso la quale si coltiva se stessi. Esso crea una figura per mezzo della scrittura, e proprio attraverso l’astrattezza di questo mezzo permette di esprimere quasi inconsciamente il proprio pensiero, le proprie emozioni, il proprio spirito e, in definitiva, se stessi. Lo Shodō è un’immagine di noi stessi. Dunque, per produrre un’opera di Shodō bisogna coltivare se stessi. Lo Shodō è utile per coltivare l’intuizione perfino del più piccolo movimento, per questo i grandi maestri di arti marziali praticavano costantemente lo Shodō".
(dal libro “Shodō” Lo stile libero del M o Norio Nagayama)
Origini
Verso il 500 d.C. la cultura cinese penetra in Giappone, che ne adotta il sistema di scrittura, adattandolo, dopo un lungo periodo, alla propria lingua. I monaci che si recavano in Cina
per il loro apprendistato trapiantarono nel paese anche l’Arte della Calligrafia. La scrittura cinese ha uno sviluppo verticale e procede dall’alto al basso e da destra a sinistra. Le sue origini risalgono al secondo millennio a.C. e sono incise su gusci di tartaruga e ossa oracolari.
Seguì un’evoluzione che portò all’uso del pennello ed alla formazione del complesso dei caratteri Kanji che ancora oggi rimane in gran parte invariato.
I caratteri, secondo la loro origine, possono essere distinti in:
- Pittogrammi traducono in segni le idee astratte e concetti;
- Indicativi che indica il significato di carattere aggungendo il tratto;
- Ideogrammi caratteri formati da almeno due pittogrammi combinati per esprimere un
concetto e utilizzati per parole nuove e idee astratte;
- Fonogrammi caratteri formati da almeno due pittogrammi di cui uno ha la medesima
pronuncia (suono) del concetto che si vuol rappresentare;
- Prestiti caratteri (ideogrammi o pittogrammi) preesistenti presi in prestito e utilizzati
per una eventuale parola nuova.
Questa suddivisione può variare secondo diversi studi.
In epoca Heian (794-1192) dai caratteri cinesi si sviluppa la scrittura sillabica giapponese Kana, necessaria a integrare l’uso dei Kanji nella trascrizione della lingua Yamato. In questo periodo il Giappone poteva già vantare i suoi maestri più illustri: il monaco buddista Kukai, fondatore della scuola Shingon, l’imperatore Saga e Tachibana no hayanari.
Nel 1200, il monaco Eisai fondava la scuola Rinzai e nel 1227, il monaco Dogen fondava la scuola Sotō, entrambe del buddismo Zen. Da allora vi furono numerosi grandi maestri calligrafi che coniugarono la filosofia Zen con lo Shodō; tra quelli che ricordiamo Ikkyu (1394-1481), Jiun (1718-1804), Ryokan (1758-1831), Sengai (1750-1837).
La parola Shodō (in cinese Shudao oppure Shu, Shufa, etc. a seconda delle scuole) che viene comunemente tradotta con Arte della Calligrafia è composta da due ideogrammi:
Sho Scrittura e Dō Ricerca e comprensione della vita ovvero: «Ricerca e comprensione della vita tramite la pratica della calligrafia».
Lo Shodō si pone all’interno della filosofia che collega tutte le arti il cui nome termina con il suffisso Dō; ad es.: Aikidō (la Via dell Amore ed Armonia, Judō (la Via della Cedevolezza), Kendō (la Via della spada), Kyudō (la Via del tito con l’arco), etc. … .
La terminologia usata è giapponese.
La Calligrafia è un’Arte che implica un lungo apprendimento e una pratica costante.
In Oriente è intimamente legata alla pittura, ne è anzi il fondamento. Un buon pittore è prima di tutto un buon calligrafo, dal momento che l’apprendimento delle due arti avviene paral -lelamente: entrambe infatti sono accomunate dai medesimi materiali e si eseguono con procedure analoghe.
Come la pittura, l’arte dello Shodō richiede innanzitutto la padronanza del tratto, l’immediatezza del gesto, la continuità del ritmo, il controllo della forza impressa al pennello e non tollera ritocchi o correzioni.
Ciò che viene scritto è una parola, una frase, una poesia, una preghiera, etc. Ciò che importa è riuscire a trasmettere lo spirito, il senso, l’emozione o cosa si vuole, sul foglio,di modo che
le parole colpiscano gli occhi, lo sguardo di chi le osserva.
In altre parole ogni tratto, ogni carattere è un’espressione della forza dell’artista (della sua interiorità , della sua anima).
Una composizione rigida, regolare non si può chiamare calligrafia.
La simmetria è abbandonata per realizzare una composizione formale più articolata.
Si ricerca l’equilibrio nell’irregolarità e nell’asimmetria.
Anche quando i tratti del pennello e i caratteri sono organizzati in posizioni apparentemente sbilanciate, tuttavia c’è uno scheletro stabile che lega ogni elemento e ne costituisce l’armonia.
I gesti del calligrafo sono immediati, ritmati e perfetti, senza correzioni e ritocchi.
Questa determinazione e naturalezza si chiama Shūren, una pratica costante che consente
di raggiungere il pieno possesso e controllo del pennello unitamente alla padronanza tecnica, alla osservazione della realtà e all' affinamento interiore.
Lezioni di Shodō